Erano gli anni del Rock and roll e della Tv in bianco e nero, delle prime utilitarie e del rifiorire dell’economia dopo la guerra … erano i favolosi anni ’50.
Ed è proprio l’inizio degli anni ’50 che celebra la nascita un oggetto destinato ad invadere ogni angolo del nostro pianeta: il sacchetto di plastica.
Certo, non era esattamente come gli “shopper” che siamo abituati a vedere in ogni negozio. Il primissimo sacchetto era realizzato con una plastica più pesante di quella usata oggi ed aveva manici lavorati separatamente ed applicati a parte, mentre gli attuali sono un unico pezzo di plastica. Bisognerà attendere il 1965 perché un ingegnere svedese inventi il modello di “shopper” che ancora usiamo. La Svezia ne fu per lungo tempo monopolista - grazie ad un brevetto della Celloplast - fino a quando la compagnia petrolifera Mobil non riuscì a superare il brevetto. Da quel momento il sacchetto approdò negli Stati Uniti e riscosse un successo enorme soprattutto per merito dei supermercati che lo usò in sostituzione dei tradizionali sacchetti di carta, più fragili e – soprattutto – più costosi.
A cavallo tra gli anni ’70 ed ’80 il sacchetto di plastica era ormai diffuso in tutto il globo, ed iniziava a mietere le sue vittime.
Le buste in circolazione, in genere, sono realizzate di Polietilene ad alta densità; un materiale che ha più opacità ed un maggior grado di resistenza rispetto ad altri film plastici. Il Polietilene non è biodegradabile, viene intaccato - molto lentamente - dai raggi ultravioletti e dal calore, frammentandosi in brandelli. Il lento processo di dissoluzione può essere lungo anche 1.000 anni.
Riciclarlo o recuperarlo avrebbe un costo eccessivo, quindi le buste colorate sono rimaste - e rimangono - nell’ambiente; spesso finiscono in mare diventando cibo per uccelli marini e cetacei. Un tragico pasto che provoca la morte per soffocamento, blocchi intestinali e lesioni di varia natura.
In media ogni italiano, neonati compresi, consuma trecento sacchetti ogni anno; un numero che moltiplicato per il numero di abitanti della nostra bella penisola produce l’impressionante cifra di 20.000.000.000!
Ma finalmente l’Italia ha deciso di bandire i famigerati sacchetti. E’ ormai ufficiale; tra un tonfo e l’altro del Governo il ministro Stefania Prestigiacomo si è opposta efficacemente all’inserimento nell’ennesimo “decreto Milleproroghe” di un nuovo posticipo all’eliminazione dei sacchetti. In origine il divieto rispettava la scadenza della direttiva comunitaria sulla “compostabilità” degli imballaggi, ed era fissata al 1 gennaio 2010, la scadenza è stata poi spostata di un anno ed ora, fortunatamente, entra in vigore.
L’ulteriore rinvio era stato chiesto in base alla necessità di smaltimento delle scorte, ma come si è potuto accumulare un intero anno di scorte quando era da tempo nota la scadenza?
Certo siamo il Italia! Il paese delle proroghe.
La mancata lungimiranza degli imprenditori di un comparto – che vanta un fatturato di 800 milioni e quattromila dipendenti - ora viene a creare l’ennesimo allarme occupazionale in un Paese già dilaniato dalla crisi economica e politica, un paese un cui lo spettro della disoccupazione è sempre più incombente. Ma non si può continuare a risolvere i problemi dell’umanità distruggendo ogni angolo del pianeta che generosamente ci ospita da milioni di anni.
Lasciate alle spalle le varie polemiche oramai ci siamo: con il primo giorno del 2011 le macchine che sfornano i sacchetti di plastica si spegneranno per sempre ed in circolazione rimarranno solo quelli già prodotti. Molti rimarranno per svariati secoli, monumento ad uno dei peggiori prodotti del XX secolo.
Rimane una sola domanda: come faremo a trasportare i nostri acquisti?
In realtà ci sono molti sistemi. Ricordate la vecchia “borsa della spesa”? Donne agghindate in abitini colorati uscivano portando nella mano destra una grande borsa nella quale riporre le merci acquistate sui banchi del mercato; certo non erano immerse negli allucinanti ritmi di vita del nostro millennio.
Oggi le possibilità sono molteplici, dai sacchetti di carta alla bioplastica; dalle sacche in tessuto di cotone alle sporte montate su ruote che rendono più agevole il trasporto di merci pesanti ed ingombranti. Nella mia mente affiora repentino un ricordo: mia madre che, nei lunghi ed assolati pomeriggi estivi, riduceva i sacchetti di plastica colorata in striscioline e realizzava borse resistenti e colorate. Erano gli anni ’70.
Forse, piuttosto di immettere nel nostro tormentato ambiente anche gli ultimi sacchetti, possiamo copiare l'idea e realizzare una borsa "Vintage" con tanti sacchetti di plastica colorata.












