Chi come me è nato negli, ormai lontani, anni '60 non può che pensare di aver vissuto un periodo di straordinari cambiamenti. I pantaloni a “zampa” e le minigonne, il rock e l'underground, il disco di vinile, la Tv a colori …
In questi lunghi anni la tecnologia si è evoluta in modo vertiginoso, con una velocità che ha reso "storici" oggetti che fino non molto tempo fa abbiamo considerato di uso comune. Ma nel vorticoso evolversi c'è una variabile che sembra restare immutata: la politica.
Mi è capitato di riascoltare una vecchia canzone di Adriano Celentano, “Svalutation”; provate a leggerne le parole. Potrebbe essere stata scritta in questi giorni!
Una delle cose di cui nelle “stanze dei bottoni” si parla da moltissimo tempo, concerne le cosiddette “liberalizzazioni”. Già il governo di centrosinistra presieduto dall' On. Bersani propose di rendere libero l'accesso alle professioni di Notaio, farmacista e tassista. Ricordate come è andata? In pochissimi giorni, cedette alle proteste delle caste e tornò sui propri passi, facendo cadere nel dimenticatoio la riforma.
Il successivo governo, di centrodestra, dichiarò già in campagna elettorale di voler procedere con le liberalizzazioni, ma nulla!
Ora abbiamo un bellissimo governo tecnico, composto da eminenti rappresentanti del mondo dell'economia e della cultura, che dovrebbe essere immune dalle distorsioni che ai politici apporta l'ansia di voti. Finalmente si possono fare riforme che servono a salvare la nostra economia. Ma ne siamo sicuri?
I tassisti sono insorti e non saranno più liberalizzati, dei Notai non si era proprio parlato, o forse non l'ho sentito. L'unica liberalizzazione che sembra resistere è quella che permette alle parafarmacie di vendere i medicinali di “fascia C”.
Ovviamente la casta è insorta. I farmacisti minacciano la serrata qualora il governo non decida di fare una nuova retromarcia.
<Come potete permettere di vendere medicinali nelle pseudofarmacie...> ha detto un farmacista indignato ad un giornalista che lo intervistava.
<Ho la tua stessa laurea.> è stata la bellissima risposta di un farmacista assunto da un centro commerciale per il reparto dei medicinali. Ovviamente la laurea è la stessa, il potere e la ricchezza no!
I “Signori del farmaco” che temono di perdere la possibilità di guadagnare fiumi di denaro per diritto ereditario ora si appellano alla salute pubblica. Ma quale miglior servizio posso ottenere recandomi ad acquistare un farmaco in una bella farmacia addobbata come una boutique?
Di norma se accuso un malessere mi reco dal mio medico che, dopo avermi adeguatamente visitata, compila una ricetta con i farmaci da acquistare. Allora vado in farmacia e porgo la ricetta al commesso, che non deve fare altro che prendere il farmaco dallo scaffale, incartarlo e farmi pagare. Sì, un tempo ormai lontano il “Mastro farmacista” lavorava in una bottega colma di vasi di ceramica contenenti misteriosi ingredienti che, come un antico alchimista, miscelava per ottenere i medicamenti. Oggi le pillole vengono confezionate nei laboratori chimici con sostanze sintetizzate da laureati in chimica, non in farmacia!
In conclusione, a mio parere, vendere medicine è come vendere le altre merci, ovviamente seguendo le particolari regole di sanità pubblica. Del resto le farmacie l'hanno capito da tempo, e hanno colmato i negozi di pannolini, omogeneizzati, creme di bellezza, cosmetici, caramelle … Una serie di beni che, giocando sulla falsa illusione che la farmacia venda prodotti migliori, hanno un costo molto più elevato di quelli – uguali o equivalenti – che fanno bella mostra di se sui banchi dei supermercati.
Permettetemi una riflessione: se le farmacie possono trasformarsi in supermarket allora perché i supermarket non possono essere farmacia? Forse perché il popolo dei consumatori finalmente capirebbe che un prodotto non ha nessun maggior pregio se acquistato in farmacia; né il pannolino, né la crema anticellulite e, tantomeno, la pillola per il mal di testa!












